Intervista a Giacomo Bevilacqua, autore di "A Panda Piace"

Ed ecco a voi l'intervista a Giacomo Bevilacqua, noto fumettista romano e autore di "Ansia, la mia migliore amica". Lo ringraziamo per averci aiutato a parlare ancora di ansia, con un'ottica diversa, attraverso l'arte e soprattutto...SENZA STIGMA!
Grazie al dott. Fabio Ciabattini, autore dell'intervista. 


Cominciamo dal tuo personaggio "di punta": Panda. Come Nasce? Quanto è autobiografico?
Nasce dieci anni fa, quasi undici, in una serata in cui avevo talmente tante cose da fare che non mi andava assolutamente di fare niente e quindi ho praticamente accantonato tutto quello che facevo e ho creato questo personaggio da zero, ed è nato con un'esigenza: a quel tempo io facevo solo il disegnatore, quindi non scrivevo le mie cose, disegnavo cose scritte da qualcun altro e Panda è stata la prima manifestazione del mio bisogno di raccontare qualcosa. E' nato con delle vignette estremamente semplici, autobiografiche, cioè praticamente erano una specie di piccolo diario nel quale io traslavo quello che mi succedeva in un linguaggio fumettistico e molto semplice che è il linguaggio proprio delle prime vignette di "A Panda Piace". Quindi sì, è nato come un'esigenza.


A Panda Piace è una striscia decisamente emotiva, emozionale e riflessiva: come mai hai scelto questo tipo di formato?
Perché secondo me come diceva Jung non c'è modo migliore di parlare all'universale che parlare del personale e quindi diciamo che cercando di raggiungere il fulcro più interno della mia persona probabilmente sarei arrivato al fulcro più interno della maggior parte delle persone che seguivano e che seguono la pagina. Da qui poi il bisogno di trasformare il Panda in un personaggio al 90% positivo; tutto quello che Panda vive, tutto quello che Panda fa ha sempre una positività di fondo. A volte è un po' stronzo anche lui, però sono rari i momenti, è un personaggio positivo più che altro. Questo perché io sono convinto che ognuno di noi, nonostante i tempi sembrino dimostrarci il contrario, ha insito un nucleo che è composto al 90% di bontà. Poi la vita ci mette sopra strati su strati di cose che poi fanno pensare l'esatto contrario, però in fondo in fondo in fondo io sono una persona abbastanza positiva quindi Panda rispecchia un po' questi sentimenti e questo stato d'animo.


Più in senso lato, cosa ti porta a scegliere un tema per i tuoi fumetti?
Questa è una domanda più complicata perché ci sono tre modalità con cui io sviluppo i miei fumetti e sono tre modalità estremamente diverse tra loro ed è il motivo per cui ogni mia opera è completamente diversa da quella precedente.
Il primo è quello che in gergo si definisce "la rosicata": praticamente dopo aver letto un libro, visto un film o letto un fumetto che magari mi è piaciuto fino a un certo punto, il mio subconscio ha la presunzione di dire: questo io saprei farlo meglio. Quindi da lì al mese/anno successivo sviluppo inconsciamente una trama parallela, simile a quella che ho visto ma che abbia un approccio o un finale completamente differente. Questo nasce proprio come volontà di dimostrare di esserne capace. Sono poche le opere di questo tipo; Lavennder è una di queste ed è una cosa che mi scattò nel momento in cui vidi un film di cui nemmeno mi ricordo il titolo e con il tempo ho sviluppato praticamente questa storia in parallelo.
Come seconda modalità c'è l'esigenza di voler raccontare qualcosa di mio e di estremamente personale, e questo è il caso di Ansia la mia migliore amica.
E per finire c'è invece il flusso di coscienza, cioè l'idea di voler raccontare un argomento, non avere idea del modo in cui farlo e cominciare a scrivere e vedere dove questa cosa mi porta e questo è l'esempio de Il suono del mondo a memoria. Un libro iniziato a sviluppare mentre stavo a New York; mentre mi trovavo lì scrivevo delle cose su un taccuino, e queste cose poi sono diventate una storia che poi è diventata un libro.
Sono tre approcci estremamente diversi uno dall'altro; siccome a me come persona non piace fossilizzarmi su un tipo di stile e su un tipo di cosa, ho scoperto che saltare da un approccio all'altro è quello che mi fa stare più in pace con il lavoro che faccio, senza annoiarmi.


Una delle tue opere si è incentrata sull'ansia, ed ha come protagonista proprio Panda: cosa ti ha portato a voler parlare di questo tema?
E' perché da quando sono ragazzino, cioè soprattutto quando ero ragazzino, soffrivo abbastanza di attacchi d'ansia: i miei genitori mi hanno avuto quando erano molto giovani e nel momento in cui un bambino di dieci-undici anni si trova ad avere delle domande, alle quali cerca le risposte dai genitori, e i genitori per un motivo o per un altro non riescono a fornirgliele, tende un po' a crearsi le risposte da solo.
Quindi di base io ho scoperto che c'erano determinate cose che tenevano a bada la mia ansia e faccio un esempio basico: Street Fighter è uno dei miei videogiochi preferiti e quando avevo undici anni avevo scoperto che per tenere a bada l'ansia la ripetizione delle mosse dei personaggi, imparare a memoria le varie azioni e le reazioni che risultavano all'interno del videogioco calmava tutta una serie di cose. Questo, e il disegnare; scaricare sul foglio tutte le emozioni o comunque quello che avevo dentro era il secondo metodo, comunque non potevo passare 24h/24 a giocare ai videogiochi e il disegno era la mia valvola di sfogo. Io non ho memoria di me che disegno qualcosa di fine a se stessa, c'è sempre una storia dietro. Quand'ero ragazzino non ho mai disegnato scene o personaggi così a caso, tipo la mamma, il papà, la casa, l'albero; ho sempre disegnato qualcosa con una storia dentro, quindi l'idea di dover raccontare qualcosa c'è sempre stata.
L'ansia è una cosa che mi accompagna e mi ha sempre accompagnato e che per un motivo o per un altro mi è rimasta attaccata. Il discorso è utilizzarla per qualcosa di positivo, che è quello che ho cercato di fare in questi anni, cioè metterla al servizio del mio lavoro, cioè utilizzare l'ansia per rispettare le scadenze, utilizzare l'ansia per riuscire a fare un lavoro di un certo tipo a livello di disegni di dettagli ecc.


Quanto ti ha aiutato parlare di ansia tramite il fumetto?
In realtà molto perché poi come dicevo prima il discorso di parlare al personale per parlare all'universale è essenziale perché nel mio lavoro, che è uno dei pochi lavori rimasti meritocratici in questa società, se alla gente piace ciò che fai e ciò che legge continua a comprarti e supportarti, altrimenti no, quindi alla fine i numeri parlano da soli. Il discorso è che chiunque, per un motivo o per un altro si trova a soffrire, pensa sempre di essere da solo nella sofferenza perché comunque il dolore è sempre qualcosa di molto personale, quando invece magari leggendo libri o fumetti uno si può rendere conto che effettivamente ci sono persone che ci sono passate nella stessa situazione che uno sta vivendo. Da qui l'idea di rivolgere un certo tipo di fumetto a ragazzi più giovani, a ragazzi di undici-dodici anni che magari stanno passando un certo tipo di cose e che come è successo a me non sapevano come parlarne ai genitori o comunque non avevano risposte che arrivavano dai genitori. Magari alcune persone le cui uniche risposte sono: devi fargli prendere delle pillole. Magari si, parlare di un certo tipo di cose può aiutare a far capire che sono cose totalmente normali e superabilissime. Personalmente ebbi la mia crisi peggiore all'incirca a ventuno-vendidue anni: passai circa tre mesi a casa senza uscire per interiorizzare tutta una serie di cose che erano successe. Però è un percorso che comunque io ho fatto da solo, lì per lì pensavo che non ne sarei mai uscito se non con l'aiuto di qualcuno ma poi tra il disegno, il raccontare, lo scrivere sono riuscito a uscirne. Quindi il bisogno di raccontare queste cose nasce proprio da quell'esigenza lì. 


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